Il gioco delle perle di silicio. Ovvero: perché l’intelligenza artificiale si sta mangiando il mondo e lo sta ricostruendo (PARTE 2: gli Arcangeli)

Seconda parte de “Il gioco delle perle di silicio”. La prima parte (Le gole di Cerbero) è disponibile qui.

Articolo pubblicato in anteprima su AgendaDigitale.eu

 

Ridurre l’AI alle tre gole di Cerbero, al male insomma, significherebbe non coglierne la complessità e le potenzialità. Fermarsi alle tre gole significherebbe cadere in una semplificazione di tipo distopico e apocalittico che non aiuta il ragionamento. L’AI è molto di più di questo e, se sapremo tenere a bada Cerbero, sarà la chiave dello sviluppo scientifico, economico e sociale dei prossimi anni. Perché l’AI già ora sta ricostruendo il mondo e spesso lo sta facendo decisamente meglio di quello che c’era prima. Usiamo la metafora dei tre Arcangeli per analizzare alcuni degli aspetti costruttivi dell’AI.

PRIMO ARCANGELO: Michele, ovvero l’azione e il combattimento

Michele, come forse qualcuno ricorderà da remote lezioni di catechismo, è l’arcangelo combattente, colui che affronta e sconfigge il male. Allora partiamo da lui perché uno degli aspetti interessanti dell’AI è che può essere utilizzata proprio per combattere le sue degenerazioni. Sappiamo che l’AI è utilizzata nei più moderni sistemi di cybersecurity per contrastare gli attaccanti, che sempre più spesso usano l’AI. Per citare uno dei tanti possibili esempi, gli strumenti di tipo UEBA (User and Entity Behaviour Analytics) utilizzano algoritmi di machine learning evoluti per analizzare i pattern comportamentali di utenti ed entità nei sistemi informatici e identificare così possibili anomalie, sintomo di un attacco in corso. Oppure pensiamo a tutte le applicazioni dell’AI per limitare il rischio e intervenire in caso di emergenza, come nella supervisione del trasporto aereo o in tutti i sistemi di controllo. La robotica, una delle gole di Cerbero quando non è tenuta sotto controllo, è anche quella scienza che ci permetterà di liberare milioni di uomini da lavori pericolosi o degradanti. In un futuro non lontano non ci saranno più uomini in miniera, non più artificieri umani a disinnescare le bombe (in parte è già così) e i robot anticiperanno gli umani in ogni esplorazione pericolose, dal fondo degli abissi marini a Marte.

Ci immaginiamo che in un futuro non lontano algoritmi di AI sofisticati potrebbero essere utilizzati per monitorare e governare l’utilizzo dei nostri dati. Il mio sogno ad esempio sarebbe quello di avere evidenza di come fluiscono i dati che, consapevolmente o meno, quotidianamente fornisco a Google, a Instagram, a Linked-in e ai diversi siti che navigo. Chi compra e chi vende i miei dati? Come vengono utilizzati? Insomma l’AI potrebbe aiutarci a superare la logica della “liberatoria” per l’uso dei dati (che i vari servizi ci propinano e che tutti noi accettiamo senza leggere per intero) per portarci alla vera libertà di fare scelte consapevoli, monitorabili e revocabili.

Inoltre, così come i sistemi UEBA aiutano le aziende a monitorare i comportamenti anomali e a trarre conclusioni su potenziali minacce, sistemi di AI di gestione del rischio potrebbero aiutare anche a monitorare le attività di sviluppo e l’utilizzo di armi letali autonome da parte dei diversi stati e verificare l’aderenza ai trattati e alle convenzioni internazionali (che in questo momento non esistono).

Purtroppo il liberismo degli ultimi anni non ci aiuta. Infatti in questo momento ci sono fortissimi incentivi economici che alimentano le tre gole di Cerbero, mentre non ci sono incentivi economici per i privati allo sviluppo di AI per limitare i rischi della sorveglianza di stato, del capitalismo dei big data e della robotica senza controllo. Credo che sia fondamentale che gli stati e le organizzazioni sovranazionali stimolino la ricerca applicata di soluzioni di AI di contenimento dei rischi. Perché ormai è chiaro: per arginare i rischi dell’AI l’uomo deve utilizzare l’AI. Oltre al necessario contesto normativo e di governo di cui parleremo nelle conclusioni.

SECONDO ARCANGELO: Gabriele, ovvero la conoscenza tramite i gemelli digitali

Gabriele è, nella tradizione sia cristiana che islamica, colui che annuncia e che porta il messaggio di Dio, che svela la volontà divina sul mondo. L’AI è certamente un potentissimo strumento di conoscenza che può aumentare le capacità dei ricercatori umani in modo smisurato. Si pensi ad esempio ai benefici che le sperimentazioni in silico stanno portando alle aziende farmaceutiche. Elaborati programmi di AI simulano il comportamento delle molecole dei farmaci in fase di test e permettono di abbreviare la durata dei trial clinici. Oppure combinano diverse molecole per suggerire ai ricercatori farmaci non esistenti. In generale, per ogni oggetto che esiste nel mondo fisico è possibile costruire un “gemello digitale” (o digital twin) su cui applicare il machine e il deep learning per imparare di più sul soggetto reale. Questo permette, come abbiamo visto, di sperimentare nuove cure per l’uomo, ma anche di predire quando la turbina di un aereo potrebbe rompersi, di identificare le interazioni pericolose tra i componenti di un edificio che potrebbero farlo crollare in caso di terremoto o di localizzare nuovi giacimenti di risorse preziose. L’IoT (Internet of Things) permette di raccogliere incredibili quantità di dati dall’ambiente che rendono i gemelli digitali dei predittori molto affidabili dei comportamenti dei gemelli reali. E sui gemelli digitali l’AI può effettuare simulazioni e test a velocità inimmaginabili nella realtà, fornendoci una conoscenza impensabile fino a qualche anno fa. Insomma, per conoscere il mondo (o, come direbbe Gabriele, per sapere quale sia la volontà divina sul mondo) in futuro potrebbe essere sufficiente applicare l’AI a delle copie (gemelli) digitali del mondo. Le cavie da laboratorio ringraziano.

TERZO ARCANGELO: Raffaele, ovvero la guarigione

Forse per il mio background universitario e professionale, forse per sensibilità personale, uno degli ambiti che più mi affascinano dall’AI e della robotica è quello relativo alle applicazioni alla diagnosi e cura di malattie e disabilità. In parte questo è incluso nel punto dedicato a Gabriele e alla conoscenza, ma ci sono anche altre applicazioni specifiche. Pensiamo agli arti artificiali e agli esoscheletri, con cui molte persone recuperano la mobilità perduta. I recentissimi, e talvolta inquietanti, lavori sull’interfaccia macchina/cervello aprono delle prospettive completamente nuove. Se questo è il futuro, c’è un presente fatto di soluzioni verticali a supporto della diagnostica per immagini. Interessante a questo proposito il recente documento della Società Italiana di Radiologia Medica (SIRM) intitolato “Intelligenza artificiale in radiologia”[1] che traccia un quadro etico-normativo prima e poi anche tecnologico. In sintesi, attualmente l’intelligenza artificiale è ancora nella sua infanzia e sta imparando le “funzioni” primarie: leggere, scrivere, parlare, vedere e riconoscere le immagini. L’enorme mole di dati digitalizzati fornisce l’alimento indispensabile per nutrire l’infanzia dell’AI. Tornando alla medicina, pensiamo alla quantità enorme di ore-medico utilizzate per analizzare “a vista” e refertare immagini radiografiche, ecografiche, tomografiche e di ogni altra provenienza. Molte di queste attività potrebbero essere automatizzate. Pensate ad esempio (e queste sono applicazioni reali, già utilizzate o in fase di test anche in strutture in cui ho lavorato) alla possibilità di dare in pasto ad un algoritmo di AI migliaia o milioni di mammografie provenienti dagli screening per il tumore al seno. L’AI potrebbe innanzitutto vagliare il materiale e proporre al senologo solo i casi sospetti o dubbi. Un risparmio di tempo immenso e la possibilità di aumentare gli screening con benefici enormi sulla salute! Certo non sfuggirà la delicatezza dal punto di vista medico-legale di questi meccanismi. Se l’AI si lascia “sfuggire” un caso a rischio di chi sarà la responsabilità? In caso di contenzioso come verranno gestite situazioni di questo tipo?

Nonostante questi risvolti giuridici spinosi, penso che l’AI e la robotica in sanità ci porteranno davvero ad una svolta epocale. Nel campo della diagnosi e cura, ad esempio di malattie come il cancro o di molte malattie genetiche, la capacità di macinare enormi quantità di dati ed effettuare simulazioni massive costituiscono armi micidiali. Nel campo della riabilitazione e del recupero funzionale la robotica sta già permettendo a persone paraplegiche di camminare e a molti altri di accorciare i tempi di recupero. Nell’ambito della prevenzione, incrociare in modo intelligente dati da fonti diverse estenderebbe enormemente le potenzialità attuali.

Interrompere il gioco delle perle di silicio

La domanda a questo punto viene spontanea: chi vincerà alla fine, Cerbero con le sue gole voraci e distruttive o gli Arcangeli, ossia le applicazioni dell’AI e della robotica che stanno ricostruendo e potenziando il mondo?

Ovviamente nessuno può predirlo con certezza, neanche le AI più evolute. Però c’è un meccanismo che da diversi anni si sta amplificando e che ritengo sia cruciale correggere perché gli Arcangeli abbiano più possibilità di Cerbero: la divisione dei saperi e la separazione tra culture. Per questo ho introdotto l’articolo con una citazione da “Il gioco delle perle di vetro”. Nel famoso libro di Hesse si immagina che tra il mondo reale e la casta degli intellettuali ci sia una profonda separazione. Questi ultimi vivono in un luogo a parte, chiamato appunto Castalia e si dedicano al gioco delle perle di vetro, la sublimazione dell’astrazione intellettuale e della separazione. Josef Knechts, il grande Magister Ludi, intuisce che questa è la via per il disastro e cerca di porvi rimedio [attenzione: spoiler ahead]: smette di giocare al gioco delle perle di vetro e lascia la Castalia per tornare nel mondo.

Oggi la situazione non è molto diversa: il pericolo non è immediato, forse la mia generazione potrà anche evitare i pericoli maggiori, ma il disastro è dietro l’angolo, così come la svolta positiva. La specializzazione del lavoro, introdotta nel XVIII secolo da figure come Adam Smith e poi spinta agli stremi da Taylor e i suoi seguaci, non si è fermata ed ha portato alla costruzione di saperi distinti e incomunicabili. I “tecnologi” e i “tecnocrati” vivono in una loro Castalia, completamente separata, che prende decisioni autonome e quasi sempre anticipa tutti gli altri. Si pensi alle azioni dei giganti tech come Google o Facebook, ma anche a situazioni più ordinarie, dove in un’azienda gli informatici parlano quasi sempre con un gergo incomprensibile ai più e vivono in uno stato di separazione. A seconda dell’azienda e della strategicità percepita del digitale, sono considerati a volte persone con superpoteri, a volte dei subnormali che vivono negli scantinati come in “The IT Crowd”. È come se avessimo inventato il “gioco delle perle di silicio”, il componente base su cui la Castalia digitale è edificata (almeno per ora). La separazione è dettata in alcuni casi da interesse, in altri da difficoltà comunicative. Nella prima categoria rientrano tutte le big tech con le loro fughe in avanti nell’AI e nella gestione dei dati: non hanno interesse ad entrare in relazione con altre culture (come quella giuridica o politica) che potrebbero rallentarne il percorso. Nella seconda categoria purtroppo rientriamo spesso molti di noi come professionisti del digitale, che per difficoltà oggettiva di comunicazione (manca una cultura digitale diffusa nelle aziende) o per comodità preferiamo a volte isolarci.

Peraltro anche gli altri saperi fondamentali in questo momento, come quello giuridico, filosofico e politico, ondeggiano tra il disinteresse e il distacco verso i temi digitali. Ci sono delle eccezioni ed ho conosciuto personalmente filosofi, giuristi e anche teologi appassionatamente coinvolti nel dibattito digitale. Questo significa che c’è speranza. Ma per lo più viviamo in Castalie separate. Solo che la Castalia del digitale viaggia a velocità sub-luce, mentre la filosofia, la giurisprudenza e la politica si muovono in calesse. Mentre stiamo faticosamente muovendo i primi passi per adeguare i processi aziendali al GDPR nei paesi europei, le grandi digital company (quasi tutte non europee) fanno man bassa di dati personali quasi senza regole. Qualcuno sta iniziando a parlare di accordi “simil GDPR” a livello mondiale, ma qui si sta viaggiando a piedi e forse con una gamba zoppa perché i tempi tendono all’infinito. Una luce nel buio si intravede però ad esempio nella nuova normativa dell’Unione Europea sull’intelligenza artificiale, che dal GDPR prende diverse buone pratiche[2].

C’è una soluzione? Forse a brevissimo no, ma il percorso credo debba essere quello indicato da Josef Knechts: ogni sapere deve uscire dalla propria Castalia e interrompere il proprio personale e spesso onanistico gioco delle perle di vetro (o di silicio) per cominciate a collaborare con gli altri saperi. Perché oltre alla innegabile complessità del mondo moderno, oggi abbiamo anche strumenti di condivisione e collaborazione mai visti prima. Internet e tutto quello che ha portato potrebbero essere il sistema nervoso di un nuovo livello nel percorso evolutivo della terra e dell’umanità. Dopo la geosfera e la biosfera, potremmo veramente essere all’alba della nascita della noosfera, ossia una interconnessione organica tra tutti gli uomini della terra capace di produrre un nuovo livello di pensiero. Naturalmente non è un’idea mia, ma originariamente del mineralogista russo Vladimir Ivanovič Vernadskij, poi fatta propria dal grandissimo Teilhard de Chardin. Vogliamo finire con la citazione di un altro grandissimo saggio? In questo mondo in cui ci spaventano il potere del capitalismo dei big data, le armi autonome e la sorveglianza di stato, serve un equilibrio tra l’idealismo di don Chisciotte, che ha il coraggio di immaginare quello che ancora non c’è, e il realismo di Sancho Panza, che vuole dei risultati (un castello direbbe lui) subito. E se il compito che abbiamo davanti ci sembra improbo, non dimentichiamoci l’ammonimento di questo saggio: bisogna agire ora, perché la matassa si ingarbuglia sempre più…

Salta in piedi, Sancho, è tardi, non vorrai dormire ancora,

Solo i cinici e i codardi non si svegliano all’aurora:

Per i primi è indifferenza e disprezzo dei valori

E per gli altri è riluttanza nei confronti dei doveri.

L’ingiustizia non è il solo male che divora il mondo,

Anche l’anima dell’uomo ha toccato spesso il fondo,

Ma dobbiamo fare presto perché più che il tempo passa

Il nemico si fa d’ombra e s’ingarbuglia la matassa…

 (F. Guccini – Don Chisciotte)

 

[1] https://www.sirm.org/wp-content/uploads/2020/05/DOCUMENTO-SIRM-SU-INTELLIGENZA-ARTIFICIALE-1-1.pdf

[2] https://www.cybersecurity360.it/legal/privacy-dati-personali/ecco-il-regolamento-ue-sullintelligenza-artificiale-complementare-al-gdpr-sulla-privacy/

Il gioco delle perle di silicio, ovvero: perché l’intelligenza artificiale si sta mangiando il mondo e lo sta ricostruendo (PARTE 1: Cerbero)

Articolo pubblicato in anteprima su AgendaDigitale.eu

 

“Se vogliamo, possiamo anche chiudere gli occhi perché il pericolo è ancora lontano; probabilmente noi, Magistri di oggi, potremo condurre tranquillamente a termine il nostro compito e apprestarci a morire in pace, prima che il pericolo ci sovrasti e divenga a tutti evidente. Per me però, e forse non solo per me, questa tranquillità non sarebbe la pace della coscienza. Non vorrei rimanere in carica tranquillo a elaborare Giuochi di perle accontentandomi del pensiero che quanto sta per avvenire non dovrebbe trovarmi più in vita. Mi sembra invece necessario ricordare che anche noi, gente lontana dalla politica, apparteniamo alla storia e contribuiamo a farla.”

(H. Hesse “Il Gioco delle Perle di Vetro”)

Noi produciamo (siamo) dati, l’intelligenza artificiale mangia dati. Ergo l’AI ci sta mangiando

Il software si sta mangiando il mondo[1]. O, meglio, il software si è già mangiato gran parte del mondo. Le aziende che hanno investito in grandi infrastrutture digitali nel primo decennio di questo secolo ora dominano il mondo della pubblicità personalizzata (Google, Facebook e gli altri social), del commercio (Amazon), delle automobili (Tesla), dell’intrattenimento video (Netflix), della discografia (Spotify, Apple)… e gli esempi potrebbero essere ancora tanti.

Credo però sia interessante citare altri filoni forse meno espliciti, ma più invadenti e potenti, e per questo da osservare ancora più da vicino: la sorveglianza di stato e la raccolta indiscriminata di dati genetici e sanitari invade sempre più la nostra privacy e in alcuni casi limita le libertà di milioni di persone, i social media e i capitalisti dei big data stanno cannibalizzato il libero pensiero, la Robotic Process Automation (RPA) si sta mangiando posti di lavoro molto più velocemente di quanto non ne crei.

Questi ultimi punti evidenziano un altro trend più recente e più radicale: l’Intelligenza Artificiale (abbreviata all’inglese in AI) si sta mangiando non solo il software, ma anche il mondo e i suoi dati in un sol boccone. Noi dove siamo? È semplice: per l’AI siamo semplicemente dati da ingerire! Perché l’intelligenza artificiale si nutre di dati, non è mai sazia di dati, come vedremo tra poco.

Le tre gole di Cerbero

L’AI è certamente una risorsa, ma è anche un mostro che “con tre gole caninamente latra”, come il Cerbero dantesco. Sono gole che ingurgitano enormi quantità di dati e in alcuni casi ne producono altrettanti. La bestia non si acqueta fino a che non trangugia qualcosa. Scopriremo che il nuovo Cerbero è in grado di trarre valore anche da informazioni apparentemente periferiche sui nostri comportamenti, il cosiddetto behavioural surplus. Inizialmente venivano considerati dati di scarto, in realtà si tratta di informazioni preziose che vengono raccolte ogni volta che fruiamo di un servizio on line. Inoltre la delega all’AI di decisione di natura etico/morale può avere conseguenze inaspettate e disastrose. Indossiamo allora i panni degli otorino-laringoiatri dell’AI ed esploriamo queste tre gole.

PRIMA GOLA: la sorveglianza di Stato

Sulla sorveglianza di stato si è detto e scritto moltissimo. Purtroppo è una gola che non ha confini o bandiere ideologiche. Certamente paesi non democratici come la Cina hanno barriere di protezione bassissime rispetto a questi temi. Il progetto Skynet[2], la creazione di una banca dati di DNA maschile[3], la repressione degli Uiguri, basata su strumenti di sorveglianza e monitoraggio invasivi e predatori[4] e Sesame Credit[5]  sono solo gli esempli più eclatanti di quello che sta succedendo oltre la grande muraglia. Ma certamente i paesi occidentali non stanno a guardare. Da ECHELON alle attività dell’NSA[6], dopo l’11 settembre abbiamo messo da parte ogni remora e abbiamo permesso alle agenzie governative (in particolare statunitensi, ma non solo) di accumulare dati personali in modo indiscriminato. Ora il nuovo trend nei paesi occidentali è quello di usare agenzie private che mettono a disposizione delle agenzie governative dati personali su larga scala, come nel caso di ClearView[7]. Ma qui siamo al confine tra la prima e la seconda gola. Perché le agenzie di molti paesi utilizzano anche l’accesso a infrastrutture private per i loro obiettivi di sorveglianza, come vedremo nel prossimo punto.

SECONDA GOLA: il capitalismo dei big data

I primi ad usare su larga scala il behavioural surplus sono stati gli ingegneri di Google. Il libro “Surveillance Capitalism” di Shoshana Zuboff ne racconta la storia in dettaglio. All’inizio fu un motore di ricerca purissimo, che rifuggiva la pubblicità come il male assoluto: infatti don’t be evil era il motto aziendale. Il significato originale era di usare i dati solo per migliorare il proprio servizio, come avrebbero voluto gli utenti. Nel 2015 il motto è diventato do the right thing. Non è chiaro però la cosa giusta per chi, di certo non per gli utenti. Infatti, dopo i primi purissimi anni, i Venture Capitalist cominciarono a pressare Brin e Page per avere degli utili. Fu allora che Google si accorse che i dati accessori raccolti durante una generica ricerca (posizione, dati di navigazione, preferenze…) erano una miniera d’oro. Tra il 2000 e il 2005 nasce e muove i primi passi AdWords che, grazie a dati che poco centravano con il fornire un servizio migliore agli utenti, era in grado di predire con grandissima efficacia la probabilità che un utente cliccasse su un annuncio pubblicitario. Da lì in poi è stata una conquista esplosiva di nuovi territori, non solo da parte di Google, ma anche di Facebook, Microsoft e a ruota quasi tutti gli altri. Le normative sulla protezione dei dati (e degli utenti) poco riescono a fare e il processo di appropriazione indiscriminata di dati sovrabbondanti rispetto ai servizi richiesti sta dilagando. Provate a controllare quali dati trasferiscono le app che avete installato sullo smartphone. Che poi in molti paesi (tra cui gli Stati Uniti) la legislazione permetta con una certa facilità alle agenzie governative di poter accedere ai dati dei fornitori di servizi privati che catturano dati personali in eccesso, crea un inquietante collegamento tra la prima e la seconda gola!

TERZA GOLA: robotica e automazione

C’è una terza gola che si affaccia all’orizzonte e che ha aspetti interessanti e positivi (li vedremo successivamente) ma anche preoccupanti. Anche questa si nutre di dati, ma non li accumula, li digerisce in fretta e li utilizza per interagire con l’ambiente: è la robotica, in tutte le sue sfaccettature. Gli aspetti inquietanti della robotica “da far west” sono diversi. Il primo è quello dell’espropriazione di posti di lavoro che la RPA (Robotic Process Automation) e le altre applicazioni robotiche portano con sé. Anche se fosse vero il vecchio e consolatorio adagio che dice che il digitale crea più posti di quanti ne distrugge, è anche vero che gli esseri umani non sono birilli permutabili a costo zero. Se distruggo posti di lavoro nella logistica, non necessariamente i magazzinieri diventeranno ingegneri di AI o progettisti di robot. Si apre un tema vastissimo, esplorato da molti tra cui Jeremy Rifkin[8], sul futuro del lavoro.

Il secondo tema di attenzione sulla robotica è quello delle applicazioni militari. Anche in questo caso il giudizio è bivalente: prezioso aiuto in alcuni casi, strumento distopico se pensiamo che, abbinato all’AI e alla mole di dati delle prime due gole (anche questo un interessante collegamento, ma del resto il corpo di Cerbero è unico!), può produrre armi autonome letali. Ha fatto un certo scalpore sulla stampa la petizione, firmata anche da Elon Musk e molte altre personalità, per bandire l’uso di quelle che vengono chiamate “lethal autonomous weapons”. La Future of Life Foundation ha riassunto lo stato dell’arte e le iniziative in merito in un sito molto interessante: www.autonomousweapons.org. Per farvi un’idea più precisa del legame tra questa e le altre gole, guardate l’eccezionale reportage del New York Times significativamente intitolato: “A.I. Is Making it Easier to Kill (You). Here’s How”[9]:

https://www.youtube.com/watch?v=GFD_Cgr2zho&t=470s

Delegare la decisione finale sulla vita o la morte di una persona o milioni di individui ad una macchina, per quanto intelligente (ma in modo artificiale), è come scivolare su un pendio ghiacciato in alta montagna: o ci si ferma nei primi metri oppure si è spacciati. Insomma, questa gola rischia di mangiare il mondo non solo virtualmente, ma anche fisicamente!

La seconda parte de “Il gioco delle perle di silicio”  (Gli Arcangeli) è disponibile qui.

 

[1] Nel 2011 il venture capitalist H. Andreessen scrisse il famoso saggio: “Why software is eating the world”. https://a16z.com/2011/08/20/why-software-is-eating-the-world/

[2] https://en.wikipedia.org/wiki/Mass_surveillance_in_China  ora Skynet è stato sostituito e ampliato da Sharp Eyes (qualcuno avrà finalmente fatto notare che Skynet suonava troppo come l’AI malvagia di Terminator per funzionare bene a livello di marketing)

[3] https://www.ilpost.it/2020/06/18/cina-database-dna-maschile/

[4] https://www.engadget.com/2018-01-18-china-facial-recognition-uyghurs-xinjiang.html?guccounter=1&guce_referrer=aHR0cHM6Ly93d3cuZ29vZ2xlLmNvbS8&guce_referrer_sig=AQAAAMYRlVym6OaG9zJTipFbrIqqPIK3H8JTMYdbUDyoB8tYccEzoW7h3M58GfCAKJLEtcP-Fxz7iGIbbF2EESwi1jE-_x-ypE_5GQYhzDYwwHdCsy0wPMT6JQLZWkvHZ7uawu6KC-44b9QTJN9K7ahneJvi6CULrn9pl9cZv4ifNnlM

[5] https://www.agendadigitale.eu/cultura-digitale/il-social-credit-system-cinese-un-esempio-di-big-data-al-servizio-del-potere/

[6] https://it.wikipedia.org/wiki/Divulgazioni_sulla_sorveglianza_di_massa_del_2013

[7] https://www.agendadigitale.eu/sicurezza/privacy/uno-scudo-globale-contro-la-sorveglianza-digitale-ma-prima-educhiamo-noi-stessi/

[8] https://it.wikipedia.org/wiki/La_fine_del_lavoro

[9] Traduzione (mia): “L’Intelligenza Artificiale sta rendendo più semplice uccidere (te). Ecco come.”

 

Perché gli sviluppatori (e molti altri professionisti IT) si stanno facendo fregare dallo “smart working” – Ovvero dell’importanza dell’amigdala

Una riflessione su una trappola in cui molti professionisti IT stanno cadendo…

(Why developers (and so many IT professionals) are being fooled by “smart working” – or around the importance of the amygdala)

Leggi tutto “Perché gli sviluppatori (e molti altri professionisti IT) si stanno facendo fregare dallo “smart working” – Ovvero dell’importanza dell’amigdala”

Ricostruire la Customer Experience in sanità: il modo più efficace per gestire le fasi 2, 3, 4… del COVID-19 (e superare l’empasse dell’app Immuni)

Solo una customer experience di valore e significato per l’utente potrà guidare la governance sanitaria nella fase “post acuta” dell’emergenza. Ancora più di terapie intensive e telemedicina. Perché passa da qui non solo la gestione degli asintomatici, ma anche la creazione di un modello patient-centered.

Leggi l’articolo su Agenda Digitale!

 

 

Value-Based Customer Experience: l’innovazione che non c’è in sanità (sia prima che dopo il coronavirus)

Riporto la sintesi del mio contributo al libro edito da ASSD (Associazione Scientifica per la Sanità Digitale).

Il libro in versione digitale completa è scaricabile dal sito dell’associazione.

Perché Amazon e Netflix stanno ridefinendo la customer experience in sanità

Già il titolo, lo so, farà storcere in naso a molte persone. Perché parlare di customer experience e di “cliente” in sanità non è cosa gradita a tutti. Molti avrebbero preferito un patient al posto di customer. Invece ho deciso di lasciare la parola customer perché credo sia importante anche in sanità restare agganciati a quello che avviene negli altri settori, dove chi acquista un bene o fruisce di un servizio è indubitabilmente un cliente. Un C.I.O. americano, Jonathan Manis della Christus Health, disse durante il Digital Health Summit di AISIS[1] del 2019[2] che l’innovazione della customer experience, anche in sanità, la fanno Amazon e Netflix. Perché sì, chi entra in una struttura sanitaria assume volente o nolente i panni del paziente[3], ossia di colui che soffre e tollera tutto, ma nel resto della sua vita è un cliente di servizi di eccellenza come quelli citati. E così le aspettative si alzano: se Amazon mi abitua ad avere un’efficienza operativa estrema, diventa sempre meno accettabile fare delle code interminabili agli sportelli per l’accettazione di una visita o attendere per minuti o a volte ore al telefono prima che un operatore ci dia retta per prenotare un esame.  Se Netflix mi fornisce un’esperienza fortemente personalizzata, è difficile poi accettare di essere parcheggiati in corridoi angusti e anonimi in attesa che il medico chiami il tuo codice identificativo (per rispetto della privacy), oppure digerire il fatto che per un intervento magari alle 4 di pomeriggio si venga convocati insieme ad altre decine di pazienti alle 7 di mattina.

In questo breve approfondimento parleremo quindi di customer experience vista nell’ottica di chi usufruisce dei servizi (i pazienti, ma anche i loro famigliari e caregiver) e del modo di misurarla, proporremo un modello di maturità per gli strumenti per la customer experience in sanità e infine affronteremo uno dei grandi paradossi della sanità. Infatti nel nostro paese (e negli altri con sistemi simili), viviamo la grande ricchezza di un sistema sanitario universalistico, la qual cosa credo possa essere considerata uno dei traguardi di civiltà più importanti della storia dell’umanità, ma che strutturalmente favorisce una customer experience spesso frammentata e a volte onestamente problematica. Questa situazione è comprensibilmente peggiorata nella gestione dell’emergenza del COVID-19, dove gli obiettivi erano altri, ma ora è ancora più urgente intervenire per invertire la tendenza.

Dal CRM alla Value-Based Customer Experience

La customer experience (da ora in poi la abbrevieremo in CX) sembra essere ormai il Sacro Graal del nuovo mondo digitale. Si dice sempre più spesso che il cliente non compra un prodotto o un servizio ma un’esperienza. Innanzitutto va chiarito in cosa si differenzia la gestione della CX (Customer Experience Management o CEM) dalla gestione della CR (Customer Relationship o CRM). In questo ci aiuta un articolo della HBR: Understanding Customer Experience di C. Meyer e A. Schwager[4]. La sintesi è rappresentata nella figura seguente:

Altri hanno parlato di Connected CX[5] e di Intelligent CX[6]. Ognuna di queste definizioni sottolinea un aspetto particolare, ossia l’integrazione di esperienza, la multicanalità o l’utilizzo di strumenti di Intelligenza artificiale. Tutti temi interessanti a mio parere, ma ancora parziali. L’aggettivo che io trovo più appropriato, soprattutto in sanità, è quello di Value-Based CX[7].

Il concetto di valore in sanità è definito dal framework sulla Value Based Healthcare introdotto da M. Porter nel suo famoso articolo sulla HBR del 2005[8]. La formula base è:

 

Patient Value = Health Outcomes / Cost

 

Alcune osservazioni sono importanti. Innanzitutto il valore è sempre definito da parte di chi fruisce dei servizi (paziente e caregivers, il cliente appunto). Inoltre il valore è misurato come un rapporto tra risultati in termini di salute (health outcomes) e costi. Qualcuno ha provato a generalizzare la formula interpretando in modo esteso il numeratore e introducendo tra gli outcomes anche l’esperienza del paziente/cliente[9]:

Qualche esempio può servire a capire perché questa formulazione sia più adatta rispetto ad altri aggettivi come Connected o Intelligent. L’esperienza insegna che spingere in modo acritico sulla connessione e la multicanalità può portare a risultati disastrosi. Se è vero che il cliente gradisce poter interagire con diversi canali, è anche vero che questo può confondere l’esperienza del paziente/cliente e creare un customer journey frammentario e frustrante, soprattutto se i diversi canali non sono gestiti in modo coerente e integrato. Lo stesso esito si ottiene talvolta utilizzando le pur promettenti tecnologie di Artificial Intelligence: i famosi chatbot, tecnologie tra le più citate e abusate, se non integrati correttamente in un contesto organizzativo che preveda l’intervento umano quando necessario, possono generare un’esperienza cliente frustrante e in ultima analisi distruggere e non creare valore. In generale, ogni volta che vi sono due soluzioni con costi simili e noi scegliamo quella che genera un incremento minore degli outcome e della patient/customer experience (magari perché attratti dalla moda dell’intelligenza artificiale o della multi-canalità acritica), stiamo distruggendo valore.

Misurare la Customer Experience

Anche la CX può essere misurata. Un indicatore applicabile a qualunque contesto e molto diffuso, pur con i suoi limiti intrinseci, è il Net Promoter Score[10] o NPS. In sintesi si chiede ad un cliente di valutare in una scala da 1 a 10 la probabilità che hanno di consigliare ad amici e parenti un dato prodotto. La caratteristica del NPS è che i voti 9 e 10 sono considerati “promoter”, quelli sotto il 6 incluso “detrattori” e gli altri neutri. Per calcolare il NPS finale si sottrae la percentuale dei detrattori a quella dei promoter. Quindi avere un NPS elevato è molto difficile. I brand top nella CX sono anche quelli con il NPS più elevato.

Alcuni esempi di NPS di aziende leader: Starbucks 77%, Amazon 62%, Airbnb 74%, Netflix 68%, Tesla ha uno stellare 97%. In sanità il NPS è uno strumento poco utilizzato, con qualche eccezione negli Stati Uniti[11].

La critica principale al NPS è che sia un indicatore troppo “povero” (si basa su una sola domanda) e che andrebbe abbinato ad altre misure. Ad esempio la Value Based Healthcare pone un’enfasi importante, oltre che sulle misure degli outcome clinici, anche sulle misure di esperienza e di outcome percepiti dai pazienti. Queste vengono definite come PREMS (Patient Reported Experience Measures)  e PROMS (Patient Reported Outcome Measures)[12]. Si potrebbe addirituttura pensare di complementare il modello introducendo delle misure di outcome relative all’ esperienza del paziente.

Senza addentrarci ulteriormente nell’ambito specifico delle misure di CX in sanità, ritengo tuttavia che abbinare indicatori specifici di contesto (come i PREMS e i PROMS della Value Based Healthcare) a indicatori più generali come l’NPS possa aiutare a oggettivare un concetto di per sé molto soggettivo, come l’esperienza dei fruitori dei servizi. Gestire bene l’esperienza dei pazienti/clienti ha impatti positivi anche dal punto di vista economico. Infatti, come dimostra uno studio di Deloitte Consulting, le strutture sanitarie con migliori risultati nei PREMS hanno anche migliori performance finanziarie[13].

Il fatto che in sanità in Italia (e non solo) si usino poco questi strumenti è indice di un problema di sistema più vasto, come vedremo nell’ultimo paragrafo.

 

Il paradosso della customer experience in un sistema universalistico

Come anticipavo nella parte iniziale, in Italia e in molti paesi europei viviamo in un sistema che contiene un paradosso importante. Da un lato la sanità per tutti e il welfare universalistico sono a mio parere una delle conquiste di civiltà più importanti della storia dell’umanità: ricordate che i primi due principi della CX in sanità sono quello di poter essere curati (accesso alle cure) e di poterlo fare in strutture adeguate (qualità della cura). Dall’altro, per mantenere questo approccio universalistico, abbiamo rinunciato ad un aspetto di competizione che è il modo migliore per stimolare il sistema verso un miglioramento continuo della CX. Infatti, in sanità abbiamo tradizionalmente concentrato gli investimenti per migliorare la compliance o l’efficienza operativa perché il sistema finanziato distribuisce risorse pubbliche in molti casi attraverso un meccanismo di tetti di budget assegnati alle strutture. Questo, unito ad una domanda non controllata che eccede sistematicamente l’offerta, non crea alcuna competizione per attrarre e ritenere i clienti del Sistema Sanitario Nazionale. Detto altrimenti: qualunque ospedale ha in quasi tutti gli ambiti più domanda di quella che riesce a soddisfare e i tetti di budget assegnati non permettono facilmente di competere per soddisfare nuove aree di bisogno. In molte strutture in cui ho lavorato i tetti di budget si esaurivano sistematicamente a fine novembre. Fanno eccezione a questa regola i pazienti solventi, ma almeno in Italia questi sono una componente molto limitata del fatturato. Se l’80 o 90% del fatturato di una struttura è garantito dal SSN ed ho più clienti di quelli che i miei tetti di budget mi permettono di gestire, non c’è un grande stimolo a investire sulla CX. A dimostrazione di ciò si può verificare che le strutture che possono vantare una CX di eccellenza sono spesso quelle a vocazione totalmente rivolta a pazienti solventi.

Non è semplice qui dire quale sia la strada per uscire da questo paradosso. Non credo che un sistema di competizione pura, sul modello americano, sia la risposta. Quello americano è un sistema che ha dimostrato sul campo di essere largamente inefficiente ed iniquo. Ma non possiamo nemmeno rimanere ciecamente abbarbicati sul sistema attuale per una serie di ragioni:

  1. Anche il sistema universalistico di molti paesi europei presenta delle forti diseguaglianze. In Italia è enorme il divario tra le regioni. E non voglio banalizzare parlando genericamente di nord e sud, perché ci sono alcune regioni del sud che hanno una buona sanità e qualcuna del nord che ha una sanità in grande difficoltà. In questo caso se si vive nella regione sbagliata vengono violati anche i primi due principi fondamentali della CX in sanità (accesso alle cure e cure di qualità).
  2. Il sistema di regole attuale, per i motivi visti sopra, non stimola la competizione positiva tra gli erogatori di servizi sanitari per il SSN e quindi l’innovazione e il miglioramento dei servizi. Questo porta ad un progressivo abbassamento della CX abbinata spesso ad un aumento dei costi non sostenibile nel medio periodo.
  3. Un CX problematica in senso lato rende difficoltose e quindi meno frequenti (o ridotte ai casi di acuzie) le interazioni tra i cittadini e le strutture sanitarie. Questo ha enormi ripercussioni: sappiamo bene che la prevenzione, le diagnosi precoci e la gestione della cronicità sono il modo più efficiente ed efficace di curare o contenere le malattie. L’esperienza del COVID-19 insegna.

L’esperienza di questi mesi di pandemia ha mostrato che cambiare è sempre una sofferenza e nessuna organizzazione umana, che sia un’azienda, un ospedale o una scuola, lo fa se non vi è costretta. Quando però ci sono le condizioni possono avvenire in poche settimane o mesi cambiamenti che normalmente avrebbero richiesto anni. Come ha dimostrato Kotter, se non capisci che il tuo iceberg si sta sciogliendo, non lo abbandoni[14]. Analogamente un sistema che non è costretto ad orientarsi al cliente non lo farà spontaneamente. È fondamentale quindi introdurre dei correttivi a livello di sistema per stimolare una competizione regolamentata e che favorisca una CX di valore. Che sia una riforma inspirata alla Value Based Healthcare e agli outcome[15], al Triple Aim[16] o ad un altro modello, l’importante è compiere il salto culturale dall’ottica a volume (“ti pago per volumi di prestazioni e attività anche prive di valore”) a quella bastata sul valore (“ti pago se fornisci degli outcome clinici e una CX di valore”). Altrimenti l’iceberg si scioglierà, che noi ne siamo coscienti o no, e potrebbe essere troppo tardi per trovarne un altro. E che gli iceberg si stiano sciogliendo, sia in senso figurato che letterale, è una delle poche certezze che questo periodo di pandemie e di sconvolgimenti climatici ci ha lasciato.

 

[1] www.aisis.it

[2] http://digitalhealthsummit.it/component/speventum/speaker/74-jonathan-manis

[3] Da patior=soffro, ossia colui che soffre, che tollera, che attende e perservera con tranquillità: https://www.etimo.it/?term=paziente

[4]  https://hbr.org/2007/02/understanding-customer-experience

[5] https://www.ttec.com/sites/default/files/eb-inside-the-connected-customer-experience.pdf

[6] https://www.contentintelligence.net/it/ci/intelligent-experience-il-futuro-della-customer-experience

[7] https://www.mckinsey.com/business-functions/marketing-and-sales/our-insights/linking-the-customer-experience-to-value#

[8] https://www.hbs.edu/faculty/Publication%20Files/20050627%20IHI%20Impact%20Meeting%2006272005%20Final-NV_c5acc589-9f69-48db-9c64-75df74dc30a5.pdf

[9] https://www.raslss.com/healthcare-shift-volume-value/#gsc.tab=0

[10] https://www.netpromoter.com/know/

[11] Si possono vedere alcuni dati di realtà statunitensi, previa registrazione gratuita, su Customer Guru (https://customer.guru/net-promoter-score/industry/healthcare-hospitals-and-care-institutions)

[12] https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC4089835/

[13] https://www2.deloitte.com/content/dam/Deloitte/us/Documents/life-sciences-health-care/us-dchs-the-value-of-patient-experience.pdf

[14] https://www.kotterinc.com/book/our-iceberg-is-melting/

[15] https://www.ichom.org/

[16] http://www.ihi.org/Engage/Initiatives/TripleAim/Pages/default.aspx

Panopticon, ovvero come stiamo realizzando il sogno di ogni regime totalitario

Vi invito a leggere questo articolo sulla sorveglianza digitale e sul nuovo Panopticon che ho scritto insieme a Natan/Martino:

Tecnologie per la sorveglianza di massa crescono. Che possiamo fare?

Pensando a quello che stiamo vivendo, un leader (di un regime totalitario ma anche pseudo-democratico) potrebbe scrivere:

“Viviamo in un momento particolarmente felice. Un momento di grandi opportunità. Nei prossimi mesi e anni la maggior parte dei nostri sogni diverranno realtà e questo grazie alla tecnologia e alla collaborazione di tutti gli uomini e le donne del pianeta!”

“Mai come in questo periodo è diventato facile acquisire informazioni sulle persone, su quello che fanno, quello che pensano. Siamo in grado di capire prima che sia troppo tardi anche quello che vorrebbero fare e vorrebbero pensare. Questo ci permette di guidarle verso il bene loro e dello stato, evitando i rischi insiti nella troppa libertà. E questo le persone lo hanno capito benissimo: prova ne sia il fatto che non sono più necessari i metodi antiquati e purtroppo brutali a cui dovevamo ricorrere in passato. Sono loro stesse a fornirci tutte le informazioni che ci servono!”

Siamo in un periodo storico in cui un numero sempre crescente di persone nel globo è sotto l’influenza di regimi di tipo non democratico. Il Democracy Index dell’Economist si apre con questa frase: “Nell’Indice di Democrazia del 2019 il punteggio medio rispetto alla democrazia è caduto da 5.48 nel 2018 a 5.44 (su scala da 1 a 10). Questo è il peggior punteggio medio globale da quando l’Indice è stato introdotto per la prima volta nel 2006”. Guardando i numeri, solo il 5,7% della popolazione mondiale vive nei 22 stati definiti come “democrazie complete”.

Per saperne di più sugli impatti e le prospettive… leggete l’articolo su Agenda Digitale:

 

Digital evolution, la lezione delle cattedrali romaniche

“Soprattutto in questo momento storico in cui i cambiamenti sono stati e saranno violenti per tutte le aziende e le organizzazioni, la flessibilità e l’agilità sono virtù fondamentali. Fino a prima della crisi innescata dal coronavirus, alcune aziende erano “costrette” a cambiare continuamente, altre navigavano placide come se il mondo fosse un mare tranquillo e sempre uguale. Ora quel tempo è finito. Nel mio ambito ad esempio (l’università), è cambiato completamente sia il modello operativo che il modello di business in due settimane!”

Leggi l’articolo “Digital evolution, la lezione delle cattedrali romaniche”su Agenda Digitale!

 

Coronavirus: il grande confronto tra diritto alla salute, sorveglianza, e privacy (un video dibattito e un po’ di link per approfondire…)

Interessante live streaming a cui ho partecipato ieri con Giorgia Zunino e Giuseppe Vaciago: “Coronavirus: il grande confronto tra diritto alla salute, sorveglianza e privacy”

Leggi tutto “Coronavirus: il grande confronto tra diritto alla salute, sorveglianza, e privacy (un video dibattito e un po’ di link per approfondire…)”

Big data e small data contro il coronavirus: una proposta per l’Italia

Sul tema dei dati (big o small) si è parlato tanto come strumento di controllo del coronavirus. A volte correndo il rischio di idolatrare in modo fuorviante la tecnologia. Però se usata bene la tecnologia, nel rispetto dei diritti e delle libertà personali, può essere uno strumento estremamente potente ed efficace, come alcune esperienze nel mondo dimostrano…

Leggi l’articolo su Agenda Digitale.

 

 

 

 

Trasformazione digitale, quei due killer del valore

Una riflessione sulla trasformazione digitale e sui “debiti” che questa implica.

Non c’è solo il debito tecnico in senso stretto, ma anche il “debito di customer experience”. Anche nella violenta trasformazione digitale in corso. Perché “violent delights have violent ends”…

Se volete leggere altri articoli sul digitale e quanto sta avvenendo in questi giorni:

https://www.yottabronto.net/ai-maligna-coronavirus/

https://www.yottabronto.net/coronavirus-deep-impact-10-tips-the-future/

https://www.yottabronto.net/informatico-ignoto/

https://www.yottabronto.net/oggi-ho-chiuso-bottega/

https://www.yottabronto.net/il-bello-del-digitale-ai-tempi-del-coronavirus/

https://www.yottabronto.net/ai-novissima/

L’AI maligna che ci salverà dal Coronavirus – Opportunità e dilemmi etici

Una riflessione su quello che l’intelligenza artificiale (AI) può fare per aiutarci.

La buona notizia è che ci sono ottime prospettive.

La cattiva è che ci sono implicazioni etiche importanti e da non sottovalutare…

Altre riflessioni in forma di raccolto sul tema dell’AI le potete trovare sulla pagina di NOVissima – quattro racconti sull’intelligenza artificiale.

 

PS:  al di là del titolo volutamente provocatorio, non credo che l’AI (artificial intelligence o intelligenza artificiale, sempre scritto in minuscolo però) di per sé possa essere “maligna”. Sono della scuola che pensa che l’AI sia uno strumento, anche se più sofisticato e potente di altri, e che la mente umana sia qualcosa di completamente diverso da un computer[1]. Potrei citare Searle e l’esperimento della stanza cinese[2], così come Luciano Floridi[3] e tanti altri filosofi e studiosi. Nessuno di noi direbbe mai: “Una bomba atomica maligna ha distrutto Hiroshima e Nagasaki”. Al di là di quello che il genere cinematografico/letterario della distopia ci ha mostrato, da HAL9000 di 2001 Odissea nello spazio a Terminator, da Matrix a Ex Machina, da I Robot a Westworld.

[1] In altre parole non credo al “computazionalismo”: https://en.wikipedia.org/wiki/Computational_theory_of_mind

[2] https://en.wikipedia.org/wiki/Chinese_room

[3] https://it.wikipedia.org/wiki/Luciano_Floridi

 

Novissima: quattro racconti sull’Intelligenza Artificiale

NOVissima, ovvero quattro storie sull’Intelligenza Artificiale e le cose ultime: la morte, il giudizio, l’inferno e il paradiso

Con il commento finale di Cosimo Accoto, filosofo, saggista e ricercatore affiliato al MIT.

ECCO TUTTI E QUATTRO I RACCONTI della serie:

Primo racconto: “La vita che ti ho dato (ovvero della Morte)”.

 

Secondo racconto: “Panopticon (ovvero del Giudizio)”.

Terzo racconto: “Esodo dalla terra promessa (ovvero dell’infermo)”.

Prima parte del quarto (e ultimo) racconto: “I Custodi (ovvero del viaggio verso il Paradiso) – Parte I”.

Ecco la seconda e conclusiva parte del quarto (e ultimo) racconto: “I Custodi (ovvero del viaggio verso il Paradiso) – Parte II”.

Se vuoi scoprire altri temi su tecnologia e dintorni che mi appassionano, puoi navigare il sito oppure leggere gli articoli sul Blog

G.and.A.L.F.: intervista a Radio Next – Radio 24 sul governo della trasformazione (evoluzione) digitale

Condivido il podcast dell’intervista andata in onda ieri a Radio Next (Radio 24) sul metodo G.and.A.L.F.:

Per approfondire l’approccio proposto, rimando al mio articolo “Governance della trasformazione digitale, cambiare approccio col metodo Gandalf: ecco come” su Agenda Digitale.

Nulla di particolarmente nuovo: nell’articolo non faccio altro che ripercorrere e narrare, con un filo conduttore un po’ particolare, le buone pratiche Lean e Agile applicate però al tema della governance. Ne abbiamo parlato anche all’ultimo congresso di AISIS.

Grazie a Pepe Moder per l’opportunità e ai tanti che mi hanno contattato su Linked-in condividendo impressioni e spunti!

 

 

La lezione di Israele sulla business agility Parte 2: Gerusalemme (la diversità) e il kibbutz (l’umiltà)

Seconda parte della riflessione sulla business agility (organizational agility) a partire da quattro immagini di un paese in bilico tra eccellenza e caos, Israele. L’articolo che segue è la continuazione di: “La lezione di Israele sulla business agility – Parte 1

Leggi tutto “La lezione di Israele sulla business agility Parte 2: Gerusalemme (la diversità) e il kibbutz (l’umiltà)”

La lezione di Israele sulla business agility – Parte 1: Hebron (la necessità) e Tel Aviv (l’innovazione come ecosistema)

Una riflessione sulla business agility (o organizational agility) a partire da quattro immagini di un paese in bilico tra eccellenza e caos, Israele:

  • Hebron, ovvero della necessità
  • Tel Aviv, ovvero dell’innovazione come ecosistema
  • Il Kibbutz, ovvero dell’umiltà
  • Gerusalemme, ovvero della diversità

Leggi tutto “La lezione di Israele sulla business agility – Parte 1: Hebron (la necessità) e Tel Aviv (l’innovazione come ecosistema)”

Governance della trasformazione digitale: il metodo G.and.A.L.F.

Tutti parlano di digital transformation, ma purtroppo un numero inaccettabilmente elevato di programmi di trasformazione digitale fallisce o non da i risultati sperati. Ci deve essere un modo diverso di governare il cambiamento… in questo articolo provo a ragionare su un’alternativa, il metodo G.and.A.L.F.:

Governance della trasformazione digitale: il metodo G.and.A.L.F.

Se vuoi approfondire altri temi digitali, visita il blog di yottabronto.net

 

Stella che sogna… HolyLaLaLand!

“Ho fatto un sogno”, diceva un famoso segugio mio amico.

Anche io ho fatto un sogno: ho sognato che tutta la famiglia andava in un paese lontano, pieno di gatti e senza cani! Quasi un incubo!

Poi, quando mi sono svegliata, ho trovato questo video di 10 minuti fatto da Joy su un viaggio in Israele e Giordania:

Incredibile quante cose hanno fatto mentre io mi schiacciavo un pisolino! Allora è proprio vero che il tempo scorre in modo diverso per i cani e per gli umani!

Stella

PS: mi dicono che se volete leggere il resoconto del viaggio, dovete andare invece su questo post del blog. Un po’ lungo, ma si sa: Giulio quando comincia a scrivere non si ferma più! Ora me ne torno a dormire.

Lettera ai miei figli sul futuro dell’Intelligenza Umana ai tempi dell’intelligenza artificiale: il modello Start Trek (serie classica e TNG)

Intelligenza umana e intelligenza artificiale: competizione o collaborazione? L’intelligenza artificiale soppianterà le competenze umane o le complementerà?  In questa lettera ai miei figli propongo un modello, non nuovo: quello di Star Trek (serie Classica e TNG).

Leggi tutto “Lettera ai miei figli sul futuro dell’Intelligenza Umana ai tempi dell’intelligenza artificiale: il modello Start Trek (serie classica e TNG)”

Alice nella classe capovolta: la digital trasformation dove non te la aspetteresti (grazie all’Intelligenza Collettiva)!

Ricomincia l’anno scolastico. Tante speranze, tanti mal di pancia: il rapporto tra genitori e insegnanti è sempre più difficile, i ragazzi vivono ormai con la testa ovunque tranne che in classe, scuola e tecnologie sembrano essere due concetti antitetici. Eppure, come scoprirete leggendo questo brano dei protagonisti di Yottabyte e Brontobyte, anche in (alcune) scuole sta avvenendo una vera e propria rivoluzione digitale. Basta guardare le cose capovolte.

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Innovazione (in sanità e non solo): e se dovessimo imparare dalle mamme e da Melinda?

L’innovazione ha molte facce, ma più ne leggo e ne parlo e più penso che stiamo vivendo il paradosso di un’innovazione fossilizzata, vittima di una visione monoculare. “Ma non esiste prospettiva senza due punti di vista”, come canta anche Fedez. Un esperimento sociale sui protagonisti di Yottabyte e Brontobyte mi ha dato alcuni spunti di riflessione per le vacanze, che condivido…

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Linguine al pesto di avocado, gelato dell’albero e… innovazione! (Made in China 2025)

La geografia dell’Hi-tech (ossia delle innovazioni tecnologiche di punta) si sta modificando velocemente. Paesi che fino a qualche anno fa erano leader indiscussi si stanno ripiegando su se stessi, mentre altri stanno lavorando intensamente per conquistare il nuovo primato. Cosa c’entri tutto questo con il pesto di avocato e il gelato dell’albero, lo scoprirete leggendo il resoconto di questa cena dei protagonisti di  Yottabyte e Brontobyte

 

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